La maxi tangente di cui il PD non parla

La maxi tangente di cui il PD non parla

Claudia Dadi claudia daconto

 

 

Perché gli esponenti dem tacciono sulla storia di Marco Di Stefano, deputato del partito democratico accusato di corruzione

C'è una vicenda a base di soldi, sesso e misteriose scomparse che coinvolge un importante esponente del Partito democratico e che, visto il mix esplosivo di ingredienti, avrebbe tutte le carte in regola per guadagnarsi ogni giorno paginate di giornali e prime serate televisive. Ma di cui invece si sente ancora parlare troppo poco, soprattutto in casa Pd. Perché?

Il protagonista si chiama Marco Di Stefano. Ex poliziotto e deputato Pd, ora autosospeso, nel 2013 Di Stefano risultò primo dei non eletti nella circoscrizione Lazio1 ma riuscì a entrare alla Camera quando Marta Leonori fu praticamente costretta a sacrificarsi per lasciargli il suo seggio e andare a fare l'assessore al Commercio (delega tra le più ingrate) nella tormentata giunta Marino al Comune di Roma. Di Stefano è un esponente dem di terza generazione, renziano di seconda: prima di approdare al Pd ha infatti militato nell'Udc e nell'Udeur, poi è stato lettiano e infine renziano. All'ultima Leopolda ha coordinato uno dei 100 tavoli allestiti nella vecchia stazione fiorentina: quello, ironia della sorte, sulla moneta digitale. In quelle stesse ore, infatti, l'ex assessore al Demanio della giunta di Piero Marrazzo alla Regione Lazio, veniva accusato di corruzione per essersi intascato una mega tangente da 1 milione 800mila euro.

La cifra rappresenterebbe la “ricompensa” per aver favorito tra il 2008 e il 2009, quando era assessore, gli imprenditori Antonio e Daniele Pulcini facendo affittare alla Lazio Service, una società controllata dalla Regione Lazio, due stabili di loro proprietà alla cifra monstrum di 7 milioni 327 mila euro per poi farli rivendere all'Enpam, l'ente di previdenza dei medici, con una plusvalenza che superava del 50% il loro valore effettivo. A fare da presunto intermediario nell'affare, l'amico e braccio destro di Di Stefano Alfredo Guagnelli, anche lui accusato di corruzione ma misteriosamente scomparso proprio nel 2009 dopo, si ipotizza, aver intascato 300 mila euro frutto della stessa tangente. Fuggito volontariamente in Sudamerica o ucciso, come sostiene il fratello Bruno, per aver tentato di intascarsi l'intero malloppo?

I magistrati che stanno indagando hanno intanto trovato una traccia del percorso compiuto dal denaro. Di Stefano avrebbe infatti portato isoldi all'estero, in Svizzera, scortato – scrive Il Corriere della Sera – da poliziotti suoi amici ed ex colleghi – e depositati su due conti correnti bancari a proprio nome e oggi estinti. Un funzionario della banca Ubs di Ginevra ha infatti raccontato ai pm Maria Cristina Palaia e Corrado Fasanelli che “Di Stefano portava i soldi in contanti, arrivava con valigette zeppe di denaro, centinaia di migliaia di euro”.

Sua principale accusatrice (insieme al fratello di Guagnelli) l'ex moglie Gilda Renzi (nessuna parentela). E' lei ad aver raccontato ai magistrati anche della passione del marito per le altre donne. Di Stefano avrebbe infatti preso parte a festini hard a base di sesso e alcol in un'abitazione di proprietà di Guagnelli a Grottaferrata, località sui Castelli romani alle porte della Capitale. “Dichiarazioni folli” secondo Di Stefano che si dice pronto a denunciare la donna per stalking.

Intanto però nuovi fronti d'indagine si stanno aprendo sul almeno altri tre appalti sospetti. L'esponente dem giura di essere estraneo a tutto e minaccia, allo stesso tempo, di svelare segreti e misfatti di tale portata da terremotare l'intero Pd. A proposito già esistono alcune intercettazioni. Se a mettere in forte imbarazzo i vertici renziani del Nazareno è la partecipazione di Di Stefano all'ultima Leopolda con un ruolo da protagonista, è infatti tutta la vecchia dirigenza dem a essere la più preoccupata.

Risultato primo dei non eletti alle scorse politiche, l'ex assessore è stato infatti intercettato mentre al telefono denunciava brogli in occasione delle primarie per il Parlamento. In particolare Di Stefano faceva riferimento alla composizione delle liste per i candidati, prendendosela con chi (li chiamava “maiali”) gli avrebbe fatto fare le primarie con gli imbrogli e minacciando “di far scoppiare la guerra nucleare a comincià dalla Regione, tiro tutti dentro”.

Chi conosce da vicino le vicende del Pd romano e laziale spiega aPanorama.it che se finora nessuno dei big locali e nazionali ha voluto commentare la vicenda non è certo per spirito garantista. “Di Stefano era un capo corrente, proprietario di migliaia di tessere, ha avuto rapporti con tutti e tutti ora temono di poter essere tirati in ballo, per vendetta. Per questo si guardano bene dal dire qualcosa”.Il silenzio prima della tempesta.

Inserito da Cristina Genna Blogger

 

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